Le Cronache di Macron
#130 Mappe - Francia 🇫🇷: l'immobilismo della Francia, la presidenza di Emmanuel Macron, il fervore francese nei confronti della politica. Con Daniel Peyronel.
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Prima di iniziare… alla fine Curaçao 🇨🇼 ce l’ha fatta per davvero. L’isola del Mar dei Caraibi, protagonista dell’ultima puntata, è riuscita a qualificarsi ai prossimi Mondiali di calcio, per la prima volta nella sua storia e con il grande tifo di questa newsletter.
Sette Presidenti del Consiglio in sette anni
Negli ultimi mesi, sempre più analisi e dissertazioni sulla Francia 🇫🇷 sono accompagnati da un termine piuttosto eloquente: immobilismo, immobilisme per dirla in francese.
Questa definizione nasce, cresce - e corre - sotto la presidenza della Repubblica francese di Emmanuel Macron: la sua prima parentesi in questa carica è iniziata il 14 maggio 2017, rendendolo il più giovane presidente della Francia nella storia, a soli 39 anni.
Nel 2017, il gradimento di Emmanuel Macron era alle stelle: aveva vinto con il 66,1% dei voti - quasi 21 milioni - il ballottaggio contro Marine Le Pen, candidata di estrema destra dell’attuale Rassemblement National.
Otto anni dopo, secondo un attendibile sondaggio di Toluna-Harris per LCI, il suo indice di gradimento tra i francesi è sceso al 25%: è il dato più basso dall’inizio della sua presidenza.

Da quando è in carica si sono succeduti ben sette Primi ministri alla guida del governo, cinque soltanto negli ultimi due anni: Élisabeth Borne, Gabriel Attal, Michel Barnier, François Bayrou e l’attualmente in carica Sébastien Lecornu.
Per analizzare l’incertezza e l’immobilismo in cui è immerso il Paese più rappresentativo d’Europa - insieme alla Germania - ho fatto una chiacchierata con l’ospite di questa puntata: Daniel Peyronel, giornalista indipendente e editor scientifico, collabora con varie testate italiane ed europee tra cui QN, Domani, L’Espresso, Libération e cura burrosalato, newsletter con assaggi di attualità francese.

Le elezioni europee del 2024
La Francia è una repubblica semipresidenziale: il Presidente della Repubblica - Emmanuel Macron, in questo momento - è eletto direttamente dal popolo, ha ampi poteri su difesa e politica estera, può sciogliere l’Assemblea nazionale e nomina il Primo ministro, seconda carica dello Stato e a capo del governo.
Il più grosso sconvolgimento politico degli ultimi anni arriva proprio per mezzo di Emmanuel Macron, dopo i risultati delle elezioni europee del giugno 2024. L’elezione dei membri del Partito europeo spettanti alla Francia ha portato a una netta sconfitta del partito di Macron: da qui nasce il vento di instabilità che arriva fino ai nostri giorni, come mi spiega Daniel Peyronel.
In seguito alla batosta elettorale, la stessa sera del 9 giugno 2024 Macron decise di sciogliere l’Assemblea Nazionale e indire nuove elezioni. Una scelta decisamente sorprendente: per le tempistiche - soltanto un mese dopo si sarebbero aperte le Olimpiadi di Parigi - e per la modalità con cui prese questa decisione, consultando solo 5-6 consiglieri e senza informare previamente le altre forze politiche.
La scelta si è rilevata altrettanto infelice: le elezioni legislative hanno portato a una vittoria dall’estrema destra nel primo turno, e solo una clamorosa vittoria del Nouveau Front Populaire al secondo ha bloccato l’avvento della destra al potere.
Un voto che si è configurato sulla figura di Emmanuel Macron, ma che ha confermato la tripartizione attuale dell’Assemblea nazionale francese: un estrema destra in costante ascesa, le forze centriste - a partire da quella di Macron - fortemente indebolite e l’unione delle forze di sinistra che in pochi mesi si è già sfaldata.

Questa tripartizione ha lasciato per almeno sei mesi - fino a fine 2024 - il Parlamento francese in uno stato di stallo. La disabitudine delle forze politiche francesi a dialogare tra loro, in tal senso, ha una precisa origine storica e influisce sulla stagnazione che si respira nelle stanze parlamentari:
La Francia è stata abituata ad avere un’alternanza politica pressoché perfetta: dalla presidenza della Repubblica di Charles de Gaulle in poi, centro-destra e centro-sinistra si sono sempre alternate vincendo le elezioni con una maggioranza assoluta all’interno dell’Assemblea nazionale.
In questo senso, chi vinceva ha sempre avuto il “via libera” sulle decisioni da prendere. Ecco, questo ordine si è interrotto con l’entrata in scena di Macron a partire dal 2012-14: preso atto dell’indebolimento delle due forze precedenti, ha scombussolato l’intero sistema. Oggi, sono le forze estremiste di destra e sinistra a emergere maggiormente, senza essere abituate a dialogare tra loro: si respira un aria di “fine del regno”, con la seconda presidenza consecutiva di Macron che terminerà nel maggio del 2027.
Pensioni ed economia
Stallo politico e malcontento popolare, entrambi in crescendo, non possono che legarsi anche al delicato momento storico del Paese in materia economica.
Tra debito pubblico, tessuto industriale scarso e spese sociali considerevoli, i francesi sono preoccupati. Aldilà di ogni ideologia, sono molto più attenti e attratti da possibili aumenti degli stipendi e del potere d’acquisto rispetto a temi come ecologia e immigrazione.
Proprio da qui, però, nasce l’incomunicabilità tra i diversi partiti: ogni blocco ha una propria visione sociale ed economica, molto distante l’una dall’altra. La sinistra è attratta dalle spese sociali, l’estrema destra dalla riduzione degli esborsi esteri in difesa dell’Europa: entrambe le vie avrebbero bisogno di essere applicate al 100% per poter funzionare, e difficilmente possono trovare un compromesso comune.
A questo si aggiunge la grande ossessione del popolo francese negli ultimi anni: la riforma delle pensioni, vale a dire l’innalzamento dell’età pensionabile dai 62 ai 64 anni.
In questi giorni la Francia sta votando per rimandarne l’entrata in vigore, come grande concessione per poter garantire un minimo di stabilità al governo di Sébastien Lecornu, l’ultimo capo di governo scelto da Macron.
La riforma delle pensioni era entrata in vigore nel 2023 ed è uno dei grandi simboli della politica di Macron: due anni fa era già estremamente impopolare, e la legge era stata promulgata mediante l’articolo 49.3 della Costituzione francese, che permette all’Assemblea di approvare determinati provvedimenti senza un’esplicita concessione delle altre forze politiche.

Mouvement des gilets jaunes
L’entrata in vigore della legge sulla pensione tramite l’articolo 49.3 aveva portato a un’enorme ondata di proteste popolari nel 2023 - con decine di manifestazioni tra gennaio e giugno e oltre 400 arresti -.
Allo stesso modo, un’altra misura sotto la prima presidenza della Repubblica di Macron aveva svelato la grossa vigoria del popolo francese nei confronti di politica e potere.
Parlo del movimento dei Gilet Gialli, gilets jaunes in francese: una serie di proteste che si sono susseguite tra 2018 e 2019 in seguito a un aumento dei prezzi del carburante, e più in generale per l’alto costo della vita in Francia.
Il simbolo di queste manifestazioni erano i classici giubbotti catarifrangenti, obbligatori su tutti i veicoli: il movimento è stato particolarmente violento e feroce, e gli scontri con la polizia hanno portato a un complessivo dato di oltre 2.000 feriti e 12 morti.
In totale, circa tre milioni di persone sono scese in piazza, con la particolarità di scagliarsi direttamente contro la figura di Emmanuel Macron. La forte personificazione delle proteste francesi ha a che fare proprio con la storia politica del Paese:
I francesi hanno una grande aspettativa nei confronti dello Stato, molto più centralizzato rispetto a un Paese come l’Italia dove vigono parlamentarismo e provincialismo. I francesi si aspettano che lo Stato svolga il compito di “padre-padrone”, in materia di limiti e di concessioni, e anche su valori come educazione e laicità. Inoltre, il senso di identità è molto più forte: protestano con grande vigore per le questioni interne, mentre in politica estera scendono meno in piazza degli italiani.
Quando i francesi vogliono protestare non “rispettano” le gerarchie ma si rivolgono direttamente al presidente della Repubblica, che centralizza molte delle visioni di un determinato governo. Come abbiamo detto, fino a prima di Macron in Francia si era governato con la maggioranza assoluta, una condizione che aveva sempre permesso ai governi di “imporre” le proprie misure.

Di fatto, tutti i presidenti della Repubblica che si sono succeduti nella Quinta Repubblica Francese - dal 1958 a oggi - sono accomunati da un elevatissimo tasso di disapprovazione alla fine del proprio mandato.
Sta accadendo con Macron ed è successo in precedenza, da François Mitterrand a François Hollande. L’unica eccezione, l’unica figura a cui tutti fanno riferimento ancora oggi è Charles de Gaulle.
Quando il popolo vuole dirigersi contro il potere ha una ben chiara personalità politica da prendere di mira: per questo le manifestazioni di questi anni si sono sempre contraddistinte per il tiro al bersaglio verso Emmanuel Macron, nella logica di un rapporto più perverso e personificato.
La condanna di Sarkozy
Anche un altro ex presidente della Repubblica Francese ha appena osservato il taglio perentorio e tranchant nei confronti della politica, ma dal punto di vista giudiziario.
Nicolas Sarkozy, al potere dal 2007 al 2012, è stato infatti condannato a cinque anni di carcere per aver tentato di ottenere finanziamenti illeciti dal regime libico di Gheddafi, in vista delle presidenziali del 2007.
Uscito dal carcere dopo pochi giorni, a inizio novembre, la libertà vigilata a cui è sottoposto ora - in attesa del secondo grado di processo - racconta come l’indebolimento politico in Francia abbia concesso molta più indipendenza alla giustizia e alla magistratura, che si configurano quasi come un “contro-potere”:
Con l’indebolimento della classe politica e della figura del presidente della Repubblica, in Francia la legge viene applicata in maniera più decisa e severa, in mancanza di alcuni passaggi calmieranti che potrebbero evitare di giungere fino a questo punto.
Questo permette alle inchieste di proseguire quasi sotto traccia, in maniera autonoma e indipendente: la stessa magistratura non ha uno stretto legame con il Ministero della giustizia francese. La procura finanziaria, così come quella anti-mafia e anti-terrorismo, è molto efficiente anche per questo motivo.
Il caso Sarkozy permette anche di sottolineare un particolare - permettetemi - divertente. Dopo aver trascorso venti giorni in carcere - davvero venti, non uno di più -, l’ex presidente ha appena annunciato la pubblicazione del libro “Le journal d’un prisonnier”, con echi Mandela-esque e gramsciani che sembrano piuttosto scimmiottati. Antonio Gramsci e Nelson Mandela avevano trascorso - rispettivamente - 11 e 27 anni in prigione.
Il peso della Francia in Europa
Descritto lo scenario complessivo, si traggono velocemente anche le conseguenze.
Emmanuel Macron si era presentato sulla scena nazionale con una grande visione su un’Europa unita, con investimenti comuni in materia di difesa e sviluppo: con il suo incarico alla presidenza francese nel 2017 aveva assunto il ruolo di guida politica dell’Europa, contestualmente a una debole Germania post-Merkel, alla Brexit, alla discontinuità italiana prima dell’arrivo di Meloni.
Macron era arrivato al potere con brillanti letture sull’Europa e sulla paralisi cerebrale della NATO che poi si sono confermate. In una prima fase, aveva imposto le proprie scelte anche durante la prima presidenza della Commissione europea di Ursula von der Leyen.
Queste nuove idee - anche visionarie - hanno riscosso un immediato eco prima all'estero, poi in Francia. Successivamente, con l’aggravarsi della crisi economica, Macron ha perso credibilità prima in casa, e ora anche in Europa.
Il vento che lo aveva sospinto si è presto tramutato in una brezza quasi esclusivamente “di facciata” - Macron è stato comunque il volto europeo che più si è speso con dichiarazioni e prese di posizione pubbliche a favore dell’Ucraina -, e oggi pure quest’ultima sta per esaurirsi.

La Francia, pur rimanendo una grande forza diplomatica, uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU e in possesso di un arsenale nucleare, ha ridotto la sua voce in Europa e lo si è visto chiaramente con gli sviluppi dell’accordo di libero scambio tra UE e Mercosur, la più grande unione doganale sudamericana:
Ursula von der Leyen ha messo all’angolo e poi spinto alle dimissioni Thierry Breton, politico francese e Commissario europeo per il mercato interno e i servizi, fino alla rielezione di von der Leyen dello scorso anno. riducendo inoltre il raggio d’azione del nuovo Commissario francese, Stèphane Sèjourn.
Se per anni la Francia ha bloccato l’accordo di libero scambio con il Mercosur per difendere gli interessi degli agricoltori francesi, subito dopo la caduta del governo Barnier - a fine del 2024 - von der Leyen si è recata in Sudamerica per firmare l’accordo. Oggi Macron chiede timidamente di applicare delle clausole all’accordo, ma senza potersi opporre.
Cosa aspettarsi dopo la fine del mandato di Macron
Di fronte all’eclisse del macronismo, che ormai non sembra poter invertire il proprio declino, non resta che chiedersi cosa succederà una volta che Emmanuel Macron avrà terminato la seconda presidenza alla guida della Repubblica francese.
Se le elezioni del 2017 lo avevano visto sconfiggere l’avversaria di estrema destra Marine Le Pen di oltre trenta punti percentuali, le seconde presidenziali del 2022 - contro la stessa candidata - lo avevano visto vincere con meno distacco, e con il più classico dei condivisibili voti contro l’estrema destra.
Alle presidenziali del 2027 non si potrà ripresentare, ma già si vocifera di una sua volontà di ricandidarsi per le elezioni presidenziali del 2032.
Al momento in Francia non esiste una vera e credibile forza politica alternativa all’estrema destra, così come nessun leader che possa far confluire qualche voto dal centro e dalla destra più moderata. L’unico scenario che potrebbe non favorire l’estrema destra dipende da una figura carismatica e moderata - Raphaël Glucksmann? - che possa sopravanzare Rassemblement National in una seconda tornata elettorale, in caso di mancata maggioranza assoluta.
Dopo che per decenni la Francia era stata considerata come esempio di stabilità in campo europeo, paradossalmente oggi è la Francia a guardare un conclamato “laboratorio politico” come l’Italia: un Paese in un periodo di stabilità politica e dove spesso si verificano fenomeni politici in anticipo rispetto al trend continentale, come nel caso dell’annunciato “vento di estrema destra”.

Oggi l’Italia viene assunta come modello di un’estrema destra che si è ammorbidita una volta giunta al potere, dovendo dialogare al suo interno con partiti più centristi come Forza Italia.
Il Rassemblement national di Le Pen - sempre che quest’ultima possa partecipare alle prossime elezioni - non vorrebbe seguire l’esempio italiano: sia perché non europeista, sia perché potrebbe vincere anche da solo. Al contrario, il partito Reconquête di Eric Zemmour - anch’esso su posizioni di nazionalismo estremo - cita di frequente l’esempio di Meloni, e sosterrebbe volentieri il partito di Le Pen in cambio di alcune concessioni.
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E per finire
La foto più /aesthetically pleasing/ vista di recente:

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Gli investimenti della Cina in Africa sono sempre più green, su Il Partito
Facciamo caso alla perfezione del Jannik Sinner indoor, su L’Ultimo Uomo
Giorgia Meloni ha pochi motivi di ottimismo sull’Albania, su Pagella Politica
Cinquant’anni dopo, cosa resta di Francisco Franco in Spagna, su Ibérica
Il podcast da ascoltare mentre sei in coda: Dargen D’Amico è uno dei miei artisti preferiti e ha appena inaugurato un podcast insieme a LifeGate, Tolomeo. Sei storie e sei persone che parlano delle nostre azioni quotidiane.
Qualche settimana dopo
Una nuova mini-rubrica in cui, dopo un po’ di tempo, facciamo un follow-up su uno dei Paesi e temi trattati nelle precedenti puntate.
A completamento dell’analisi sulla Francia, ti consiglio di recuperare un’interessante puntata di Mappe sull’Unione Europea 🇪🇺.
Insieme all’ospite Emanuel Pietrobon abbiamo parlato dell’accordo sui dazi con gli USA e dell’irrilevanza sempre più crescente dell’UE sul piano internazionale, attraverso intelligenza artificiale, armi, materie prime, investimenti green.
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Grazie per la menzione, Andrea!
Complimenti, puntata davvero interessante, precisa e ricca! 👏🏻