La storia dell'ETA e dei Paesi Baschi
#154 Mappe - Paesi Baschi 🇪🇸: ho letto "Patria" di Fernando Aramburu e si immerge nell'indipendentismo basco.
Ciao, buon lunedì!
Stai leggendo una nuova puntata di Mappe: la newsletter che ti parla di storie, culture e persone. Rigorosamente un Paese alla volta, irrimediabilmente ogni lunedì mattina.
Mappe è anche la newsletter da consigliare al tuo barista di fiducia: quello a cui chiedere “il solito, grazie!” ogni lunedì mattina, mentre leggi la nuova puntata.
Parole basche
In una remota regione del Nord della Spagna, la mamma si chiama “ama” e il papà si chiama “aita”.
Questi due termini si ripetono centinaia di volte all’interno di Patria di Fernando Aramburu: pubblicato nel 2016 e vincitore del Premio Strega europeo nel 2017, è uno di quei libri totalizzanti che rientra facilmente nella categoria “opera mondo”.
Al suo interno, ci sono tanti altri termini citati decine di volte: “kaixo” “salve”, “abertzale” “patriota”, “ekintza” “attentato”.
Provengono dai Paesi Baschi, anzi “Euskal Herria” per dirla in basco. È una delle aree geografiche più identitarie del mondo: il romanzo di Aramburu si immerge nelle sue peculiarità ed è ambientato nella storia dell’ETA - Euskadi Ta Askatasuna - e dell’indipendentismo basco, tra il 1980 e il 2011, nella provincia di Guipùzcoa.
L’euskara come identità
I Paesi Baschi sono una delle 17 comunità autonome della Spagna, al pari di Catalogna, Andalusia, Comunità Valenciana e le altre rimanenti.
La capitale della comunità è Vitoria, ma le città più conosciute sono Bilbao e Donostia/San Sebastiàn, quest’ultima rientra più volte nel romanzo di Aramburu.
Insieme alla bandiera chiamata Ikurrina, la lingua basca è il simbolo della forte identità che sostiene il popolo basco, ed è letteralmente unica nel suo genere.
Tutte le lingue indoeuropee hanno un allineamento nominativo-accusativo, mentre l’euskara è una lingua ergativa: vale a dire, non fa alcuna distinzione tra verbi transitivi e intransitivi.
Rispetto a una lingua slava, una romanza o una di origine germanica, l’euskara fa una storia a sé. Moltissimi termini esistono nella lingua basca e non nello spagnolo castigliano, ad esempio.
L’uso così frequente di grafemi come k, z e tx la rende distantissima dalle lingue romanze come lo spagnolo: sono suoni taglienti e decisamente riconoscibili, quantomai utili se si vuole accentuare un senso di distinzione rispetto alle altre.
La lingua basca è parlata non solo nei Paesi Baschi, ma anche nella parte settentrionale della Navarra - comunità autonoma confinante e dove si trova Pamplona - e nei chilometri francesi che lambiscono i Pirenei. Complessivamente, è conosciuta e parlata da poco meno di un milione di persone.

Euskadi Ta Askatasuna
La storia recente della regione basca si lega, inevitabilmente, alla storia dell’ETA: “Euskadi Ta Askatasuna”, Paese basco e libertà.
Partiamo dalle definizioni: il Paese basco - “Euskal Herria” - non comprende solo la comunità autonoma dei Paesi Baschi. Il concetto di identità basca si estende anche alla comunità autonoma di Navarra e alle province francesi di Lapurdi e Zuberroa, appena aldilà dei Pirenei.
L’ETA, invece, è un’organizzazione terroristica e indipendentista di natura marxista, nata nei Paesi Baschi nel 1958 e rimasta attiva fino al 2011 - quando ha annunciato il cessate il fuoco con questo video -, per poi sciogliersi ufficialmente nel 2018.

La sua storia di attentati contro lo Stato centrale - impersonificato da Madrid, capitale della Spagna - vede il proprio picco negli anni Settanta e Ottanta, ma per comprenderla è necessario fare un passo indietro, fino alla Guerra Civile spagnola.
L’esito del conflitto, terminato nel 1939, fu l’instaurazione della dittatura di Francisco Franco: proseguì fino al 1975, e la Spagna ne conserva diversi segni ancora oggi.
Franco impose uno Stato centralista, vietando di aprirsi alle richieste di indipendenza che arrivavano dalle province basche dall’inizio del Novecento: i baschi si consideravano assai distanti dall’identità spagnola, e il loro nazionalismo ebbe una spinta decisiva nel 1894 con la fondazione del PNV - Partido Nacionalista Vasco -.
Insomma, l’ETA nacque nel 1958 come associazione studentesca clandestina, per sostenere l’indipendentismo basco e in contrapposizione con il regime franchista.

Gli attentati di Madrid
La città di Madrid - più di tutte - porta i segni degli attentati dell’ETA, e spiega come sia cambiato l’appoggio del popolo basco nei confronti del movimento terroristico.
Il 20 dicembre 1973 si assistette al primo, grande attentato realizzato dall’ETA a Madrid, nell’ambito dell’Operaciòn Ogro: 100 kg di dinamite depositati sotto la vettura dell’auto di Luis Carrero Blanco, erede designato di Francisco Franco.
Nel 1974, dodici persone morte per una bomba nella caffetteria Rolando. Il 29 luglio 1979, sette morti e un centinaio di feriti in diversi attentati nella capitale. Il 14 luglio 1986, un’autobomba esplose a Madrid uccidendo quattordici persone.
Si arrivò così al 2006, l’anno dell’ultimo attentato dell’ETA nella capitale della Spagna, con un’autobomba che uccise due persone all’aeroporto Barajas.
Nel frattempo, Madrid aveva subito il grave attentato a diversi treni locali occorso l’11 marzo 2004, un attacco devastante che causò 192 morti. Inizialmente l’ETA sembrava uno dei possibili mandati dell’attentato, che invece venne ricondotto a una cellula di matrice jihadista.
Nel 2011, in seguito alla cattura di diversi leader, l’ETA annunciò un cessate il fuoco permanente.

Il popolo basco e l’ETA
L’identità basca e le azioni di matrice terroristica si muovono chiaramente su due piani diversi: è evidente nel modo in cui il popolo basco si è progressivamente distanziato dalle azioni dell’ETA, senza rinunciare alle volontà indipendentiste.
Oggi l’indipendentismo basco di sinistra è ancora decisamente vivo attraverso la coalizione politica Euskal Herria Bildu, che ancora non riesce a distaccarsi totalmente dal passato dell’ETA.
Con l’arrivo della democrazia in Spagna nel 1975, lo Stato centrale concesse un’amnistia ai membri dell’ETA: questo non servì a placare gli attentati, e anzi si entrò nella stagione più violenta della formazione politico-militare. Tra il 1958 e il 2011 si stima che l’ETA sia stata responsabile di più di 800 uccisioni: la maggior parte di queste arrivarono dopo il 1975.

A fronte di questo inasprimento, una consistente porzione del popolo basco che inizialmente ne aveva sostenuto le ragioni ideologiche cessò di simpatizzare per il movimento.
Distinguere chi fosse un militante - anche passivo - dell’ETA e chi un semplice cittadino di identità basca, comunque vicino all’indipendentismo radicale, non era sempre immediato.
Il romanzo di Aramburu parla proprio di questa dicotomia, di due famiglie basche molto amiche che vengono separate dalle azioni dell’ETA: il marito di Bittori viene ucciso dall’ETA, mentre nella famiglia di Miren uno dei figli diventa militante attivo dell’organizzazione.
Le seicento pagine del romanzo sono immerse in due famiglie che si pongono in maniera totalmente opposta nei confronti dell’ETA, con fratture che nel corso del tempo si creano anche all’interno del nucleo familiare: è la storia dell’identità basca, e quindi anche degli attentati dell’ETA. E viceversa.
🇪🇸🇪🇸🇪🇸
Io sono Andrea Codega e Mappe è un progetto indipendente e gratuito, dal 2022. Prova ad approfondire storie, culture e persone in mezzo alla bulimia mediatica dei nostri tempi, un Paese alla volta.
Puoi promuovere il tuo brand e sponsorizzare una puntata di Mappe 👉 qui
Se ti va, puoi anche supportare il progetto Mappe con un caffè 👉 qui
La mappa della settimana

E per finire
La puntata di Mappe da recuperare oggi:
La foto più /aesthetically pleasing/ vista di recente:

Cose lette in questi giorni:
Non c’è più il Bhutan di una volta, su Turisti di domani
Israele cerca di influenzare l’Eurovision da anni, sul New York Times
Perché per Mattarella lo sport è così importante, su L’Ultimo Uomo
Le voci della Global Sumud Flotilla, su Lucy
Cose viste o ascoltate in questi giorni:
Gli intrecci tra capitalismo e crisi climatica, di Areale
12.000 km in bici, percorrendo tutta l’Africa, di Lorenzo Barone
Titoli di coda

Scrivi a mappenewsletter@gmail.com per domande, suggerimenti, proposte.
Puoi visitare il profilo Instagram e l’archivio per scoprire tutti i contenuti precedenti. Per leggere comodamente la newsletter, puoi anche scaricare l’app Substack.
Se ti è piaciuta, lascia un cuore in fondo alla puntata.
Grazie e a presto!







Credo che sia importante parlare di ETA in profondità. Il problema è che a volte, essendo la sua storia molto complessa, dobbiamo sintetizzare e semplificare una realtà che non lo è.
Partiamo dal principio: la dittatura franchista non solo si chiude a qualsiasi istanza indipendentista, ma reprime e cerca di annullare la stessa identità basca. La lingua, la cultura. Un'identità con secoli di storia alle spalle. E la cosa si protrae ben oltre il periodo dittatoriale. Partendo da questa base, quanto è definibile "terrorista" un'organizzazione che nasce per lottare contro una dittatura? Sarebbe un po' come adottare la posizione del governo nazista e parlare dei partigiani come "banditi" — che è esattamente quello che facevano.
Poi c'è la questione degli attentati e della lotta armata. ETA compì molti attentati duri contro figure di spicco del governo spagnolo, questo è innegabile. Ma d'altra parte, il governo spagnolo operò abbondantemente fuori dai propri limiti legali: la guerra sporca contro il terrorismo, avvenuta in piena epoca democratica, mostrò pratiche di tortura e illegalità condotte proprio durante il governo socialista di Felipe González. Basti pensare al caso di Lasa e Zabala, due giovani prelevati da un commando di ex militari spagnoli in Francia, torturati in Spagna e poi sotterrati e ricoperti di calce viva. O ai molteplici casi documentati di torture sistematiche perpetrati dai GAL — Grupos Antiterroristas de Liberación — un'organizzazione paramilitare finanziata dallo Stato spagnolo.
Ma il capitolo forse più inquietante è quello che potremmo chiamare il teorema del "todo es ETA". Negli anni Novanta, la magistratura e le forze di sicurezza spagnole svilupparono una logica secondo cui qualsiasi espressione dell'identità basca poteva essere ricondotta, direttamente o indirettamente, all'organizzazione armata. Le conseguenze furono devastanti e assurde allo stesso tempo.
Volevi raccogliere fondi per difendere e promuovere la lingua basca, l'euskera? Eri ETA. Facevi parte di un'associazione giovanile abertzale, indipendentista? Eri ETA. Pubblicavi un giornale in euskera? Eri ETA. È quello che successe a Egunkaria, l'unico quotidiano interamente in lingua basca: nel 2003 venne chiuso dalla Guardia Civil con un'operazione in piena notte, i suoi direttori arrestati e — secondo le loro testimonianze — torturati durante gli interrogatori. L'accusa era di finanziare il terrorismo. Anni dopo, il Tribunale Europeo dei Diritti dell'Uomo dichiarò la chiusura illegale e condannò la Spagna. Il giornale nel frattempo aveva cessato di esistere.
E non finisce qui. I familiari dei militanti di ETA incarcerati venivano sistematicamente sorvegliati, intimiditi, a volte arrestati. In molti posti, appendere la fotografia di un proprio caro in prigione — un gesto che in qualsiasi altro contesto sarebbe considerato normale affetto familiare — poteva essere sufficiente per essere schedati come militanti. Il confine tra solidarietà umana e appartenenza a un'organizzazione terroristica veniva deliberatamente reso poroso, per criminalizzare un'intera comunità.
E poi c'è la dispersione carceraria: detenuti in attesa di processo, spesso per anni, trasferiti a mille chilometri da casa — in carceri andaluse, galiziane, o alle Canarie — per rendere i colloqui con i familiari economicamente e logisticamente impossibili. Una misura che non ha equivalenti in nessun'altra democrazia europea e che il Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d'Europa ha criticato più volte.
Quindi sì, parlare dell'identità basca e di ETA è complesso, e va fatto con un equilibrio profondo che — permettimi di dirlo — nemmeno il romanzo Patria riesce a raggiungere, ricadendo in un semplice nazionalismo spagnolo in cui le istanze dei baschi sono incomprensibili o inaccettabili sul piano politico in quanto già macchiate. Un modo efficace per invalidare una questione di fondo che è, per me, assolutamente degna di dibattito: se ci sono persone che non vogliono essere spagnole, perché devono esserlo? E perché non possono deciderlo democraticamente?
Sembra che ho appena trovato il prossimo libro da leggere! Grazie, ottimo articolo!